lunedì 10 dicembre 2012

Non resta che nazionalizzare. Usa e Gran Bretagna lo hanno fatto - Ilva. Tranquilli, c'è amianto




Partiamo dai nudi fatti: per riconvertire gli impianti dell’Ilva di Taranto e per bonificare l’ambiente circostante, con il bestiame che deve essere abbattuto a decine di Km di distanza dalla fabbrica perché reso venefico dalla terra inquinata, probabilmente non basteranno neppure i 4 miliardi indicati nel decreto del governo Monti. Ne serviranno almeno 5. La cifra si evince da esperienze simili in Europa. Questi soldi la famiglia Riva probabilmente non li ha nella società e certamente non vuole investirli. In 15 anni, nonostante l’accumulo di profitti immensi, ha tirato fuori 4 miliardi e mezzo. Un anno fa preventivava come tetto di spesa per la messa in sicurezza degli impianti 160 milioni di euro. Cosa autorizza a credere che oggi i Riva possano e vogliano sborsare 4 o addirittura 5 miliardi in due anni e mezzo? La risposta è semplice: niente di niente.
Emilio Riva, il capostipite, non è uno stinco di santo e come stella polare ha sempre avuto solo il profitto. Costi quel che costi, ai lavoratori, ai cittadini, all’ambiente. Però di acciaio e siderurgia ne capisce. Ma oggi ha 86 anni e la famiglia sembra aver ereditato tutti i suoi difetti e nessun pregio.
Messi in file, tutti questi fatti e queste cifre portano a una conclusione sola. E’ probabile che la sola via per salvare l’occupazione dei lavoratori di Taranto e il futuro della siderurgia italiana sia un intervento diretto dello Stato. Non a sostegno dei Riva ma al posto dei Riva. Bisogna in concreto mettere in cantiere una fase di nazionalizzazione e amministrazione statale delle acciaierie, possibilmente lavorando da subito con quei privati che, passata la fase emergenziale della riconversione e della bonifica, dovranno prendere in mano l’azienda.
L’Italia, che è il secondo Paese manifatturiero europeo e che costruisce prodotti di trasformazione grazie alla cultura, all’ingegno e alla capacità di innovazione del sistema di imprese, non può rinunciare al primo anello della catena per costruire migliaia e migliaia di prodotti, cioè l’acciaio. Se oggi ci troviamo sull’orlo del baratro è proprio per l’assenza da parte dei governi di una politica industriale nella quale si sappia quale produzione ha valenza strategica. Così è l’intero comparto dell’acciaio a rischiare l’inabissamento. Oltre all’Ilva è a rischio di chiusura l’intera area di Piombino mentre a Terni la Thyssenkrupp annuncia di voler chiudere una parte importante del ciclo produttivo a freddo. La perdita del settore siderurgico in Italia consegnerebbe l’egemonia totale ai tedeschi in Europa e ai giapponesi, i quali a quel punto potrebbero fare il bello e cattivo tempo sui prezzi, che le nostre aziende di trasformazione sarebbero costrette a subire. Se non è una situazione tale da imporre la nazionalizzazione questa, quale mai potrà esserlo?
In secondo luogo, la vicenda dell’Ilva è conseguenza diretta di una più che colpevole assenza dello Stato e delle istituzioni dalle loro funzioni di controllo sulla compatibilità ambientale degli impianti e di imposizione delle necessarie bonifiche. Le inchieste, i provvedimenti di arresto, gli interventi di sequestro di impianti e di corpi di reato sono conseguenza di un ruolo di supplenza che la magistratura ha dovuto svolgere, e dovremmo tutti rendere merito al coraggio della procura di Taranto. E’ ora però che lo Stato torni a svolgere il ruolo che gli compete e a fare il proprio dovere.
Agli economisti liberisti che rabbrividiscono di fronte a questi ragionamenti rispondo che proprio le maggiori economie ad impronta liberale hanno agito in questa direzione. Non può essere una questione ideologica.
Da quando la crisi è cominciata abbiamo assistito a nazionalizzazioni temporanee e all’entrata in amministrazione controllata di grandi imprese, grandi banche e grandi agenzie in numerosi Paesi, a partire dagli Usa di Obama e dal Regno Unito di Cameron.
Indicare la stessa strada anche in Italia, a fronte di un nodo industrialmente strategico come la produzione dell’acciaio e in un caso estremo quanto a urgenza di rendere compatibili il diritto al lavoro e quello alla salute, non è una bestemmia. E’ semplice ragionevolezza.