Emilio Riva, il capostipite, non è uno stinco di santo e come stella polare ha sempre avuto solo il profitto. Costi quel che costi, ai lavoratori, ai cittadini, all’ambiente. Però di acciaio e siderurgia ne capisce. Ma oggi ha 86 anni e la famiglia sembra aver ereditato tutti i suoi difetti e nessun pregio.
Messi in file, tutti questi fatti e queste cifre portano a una conclusione sola. E’ probabile che la sola via per salvare l’occupazione dei lavoratori di Taranto e il futuro della siderurgia italiana sia un intervento diretto dello Stato. Non a sostegno dei Riva ma al posto dei Riva. Bisogna in concreto mettere in cantiere una fase di nazionalizzazione e amministrazione statale delle acciaierie, possibilmente lavorando da subito con quei privati che, passata la fase emergenziale della riconversione e della bonifica, dovranno prendere in mano l’azienda.
L’Italia, che è il secondo Paese manifatturiero europeo e che costruisce prodotti di trasformazione grazie alla cultura, all’ingegno e alla capacità di innovazione del sistema di imprese, non può rinunciare al primo anello della catena per costruire migliaia e migliaia di prodotti, cioè l’acciaio. Se oggi ci troviamo sull’orlo del baratro è proprio per l’assenza da parte dei governi di una politica industriale nella quale si sappia quale produzione ha valenza strategica. Così è l’intero comparto dell’acciaio a rischiare l’inabissamento. Oltre all’Ilva è a rischio di chiusura l’intera area di Piombino mentre a Terni la Thyssenkrupp annuncia di voler chiudere una parte importante del ciclo produttivo a freddo. La perdita del settore siderurgico in Italia consegnerebbe l’egemonia totale ai tedeschi in Europa e ai giapponesi, i quali a quel punto potrebbero fare il bello e cattivo tempo sui prezzi, che le nostre aziende di trasformazione sarebbero costrette a subire. Se non è una situazione tale da imporre la nazionalizzazione questa, quale mai potrà esserlo?
In secondo luogo, la vicenda dell’Ilva è conseguenza diretta di una più che colpevole assenza dello Stato e delle istituzioni dalle loro funzioni di controllo sulla compatibilità ambientale degli impianti e di imposizione delle necessarie bonifiche. Le inchieste, i provvedimenti di arresto, gli interventi di sequestro di impianti e di corpi di reato sono conseguenza di un ruolo di supplenza che la magistratura ha dovuto svolgere, e dovremmo tutti rendere merito al coraggio della procura di Taranto. E’ ora però che lo Stato torni a svolgere il ruolo che gli compete e a fare il proprio dovere.
Agli economisti liberisti che rabbrividiscono di fronte a questi ragionamenti rispondo che proprio le maggiori economie ad impronta liberale hanno agito in questa direzione. Non può essere una questione ideologica.
Da quando la crisi è cominciata abbiamo assistito a nazionalizzazioni temporanee e all’entrata in amministrazione controllata di grandi imprese, grandi banche e grandi agenzie in numerosi Paesi, a partire dagli Usa di Obama e dal Regno Unito di Cameron.
Indicare la stessa strada anche in Italia, a fronte di un nodo industrialmente strategico come la produzione dell’acciaio e in un caso estremo quanto a urgenza di rendere compatibili il diritto al lavoro e quello alla salute, non è una bestemmia. E’ semplice ragionevolezza.
